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Angelo in Perù. Un pomeriggio ed un pallone.

Il nostro centro, Il “Proyecto Amigo de la Casa Marcellino Pan y Vino”, dove attualmente svolgo il mio servizio di volontariato SVE, organizza attività pomeridiane per minori che provengono da situazioni di difficoltà. Violenza domestica, sfruttamento del lavoro minorile, povertà estrema e simili, lascio immaginare a voi. I nostri sono i bambini più poveri della città. Il progetto interno si chiama “Escuelitas Comunitarias”, dove educatori popolari insieme a volontari internazionali animano attività educative ricreative e dopo-scuola.

Oggi c’era sport e così siamo andati al “Maracanà”, un prato immenso con delle porte. Ben lontano dal suo omonimo brasiliano.
Abbiamo iniziato un classico e semplice allenamento di calcio con i maschietti, questo gruppo gioca insieme già da due settimane.

Il caso ha voluto che proprio nel campetto accanto al nostro si stesse allenando la squadra del “San Nicolas”, rinomato collegio della città di Huamachuco. Le differenze si notavano subito, i miei ragazzi, in jeans, chi senza scarpe, solo con i sandali, felpe invernali, pantaloni, ciabatte. Gli altri con i completini, scarpette Nike, casacche. Inoltre erano fisicamente più allenati.

Il loro allenatore mi chiama e mi dice “Jugamos?”, io all’inizio titubo, non ero in vena di sfide, poi i ragazzi mi chiedono di accettare e così accetto.
9 contro 9, Juan vuole giocare senza i suoi sandali, dice che gli danno fastidio. Denilson è la mia punta migliore, Oscar il centrale difensivo. Li posiziono in campo, da buon italiano parto con un 4-3-1 (ero tentato dal 5-2-1 ma ho desistito), gli avversari con un 3-2-3. Due tempi da 25′ e si parte.

I ragazzi, tra gli 8 e i 12 anni, giocano da dio, non si conoscono molto tra di loro, palleggiano con coraggio, mi ascoltano, non hanno paura di chi ha un completino originale, le scarpette fosforescenti ed un allenatore professionista. Gli altri si vede che hanno basi minime di tecnica, sanno come si passa la palla. Io mi improvvisavo allenatore dando ordini rudimentali.

Stiamo perdendo 1-0, poi il primo tempo finisce 1-1, il secondo ci vede dominare: 2-1, 2-2 poi 3-2, stavamo vincendo, non ci credevo a momenti, poi prendiamo gol nel finale, 3-3 e così ci accordiamo per i rigori. Durante l’intervallo non sembravano 9 bambini ma 9 professionisti maturi, volevano davvero vincere. Non mancavano sbeffeggiamenti da parte degli avversari, nessun clichè, qui chi ha qualche soldo in più non si vergogna a trattar male il povero.

Andiamo ai rigori, circondati da una piccola folla di contadini, bambini che vendono gelatina e tutta la nostra compenente femminile che giocava a Volley. Erano tutti con noi, la squadra senza scarpe della Casa Marcellino Pane e Vino.

Erano tutti con noi, ma perdiamo 3-1, perdiamo per poco eppure per noi oggi è stata una vittoria non essere stati schiacciati dalla squadra del collegio dei privilegiati. Abbiamo dato la mano agli avversari e siamo andati via, con felicità e soprattutto tanta speranza, fratellanza e bellezza. Per me è stata una vittoria, perchè nessuno dei bambini era triste o risentito per la sconfitta; chiaramente li ho elogiati, se lo meritavano, anzi, la domanda che mi facevano i ragazzi a fine partita era: “Quando giochiamo di nuovo?”. Io questo pomeriggio me lo porterò nel cuore per sempre, più di tanti altri episodi, più di tanti altri momenti.

Lo SVE è anche questo, una esperienza sociale dove ti scontri con le diverse realtà di un popolo.

Che tutti voi possiate farla questa esperienza, magari qui in Perù, magari altrove. Ve lo auguro di cuore perchè è come si dice nella cordigliera pugliese “Buon sangue al cuore”.

Italo Angelo Petrone

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