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Namaste Nepal

La TiKa rossa è sulla fronte, i braccialetti scintillanti tintinnano sui polsi, lo zaino è sulle spalle e lo sguardo si perde lontano oltre la collina dorata. A Thali Gaun è tempo del raccolto ormai, le donne sono chine nei campi già di buona mattina ed il freddo vento dell’Ovest accarezza leggero le spighe di riso mature.

Quando sono arrivata cinque mesi fa la terra era brulla, arida e deserta; quando sono arrivata il monsone chiamava le piogge per bagnare il terreno incolto; quando sono arrivata i miei piedi percorrevano strade di polvere e di fango che non conoscevo. Ero solo una volontaria straniera “Ma sei Francese?” con i capelli biondi, entusiasta e sorridente, forse un po’ troppo magra per gli standard nepalesi dove grasso è bello, non sposata “Ma come?” e fissata con la segregazione dell’immondizia. Devo essere apparsa ben strana agli occhi di questa gente, mentre percorrevo su e giù le colline di Kavresthali con le scarpe da trekking, un taccuino in mano per le interviste e la mantella blu sempre zuppa d’acqua.
Chi ero? Che cosa volevo? Perché trasportavo una scatola piena di spazzatura?

Camminavo tutto il giorno da un’area all’altra del villaggio, sfidando il sole e la pioggia, per raggiungere il maggior numero di famiglie e chiacchierare in Nepalengli di tutela ambientale, raccolta differenziata e gestione dei rifiuti. La mia campagna di sensibilizzazione iniziava ogni mattina al people tree, l’albero della comunità, il meeting point di tutti i volontari locali e internazionali coinvolti nel mio progetto “Better Environment – Better Tomorrow”. Insieme discutevamo le strategie intorno ad un tavolo del bamboo bar, insieme preparavamo i cartelloni e scrivevamo gli Statuti per i comitati ambientali, insieme giocavamo al “Luna park del trash” con i nostri piccoli alleati green nelle scuole di Kavresthali. Tunzi-Tu-Tunzi-Tu-Tunzi-Tatawa, il ballo magico prima di cominciare i workshop sulle tre R (riusa-riduci-ricicla). Una bottiglia di plastica si trasformava così in un salvadanaio, gli involucri argentati in splendide borse. Pian piano anche le donne volevano imparare a realizzar bracciali con i fondi di bottiglia e i nostri discorsi su un Nepal più pulito diventavano sempre più reali.

É vero, i rifiuti continuavano a bruciare sul ciglio della strada e i sacchi neri finivano nel fiume eppure qualcosa stava cambiando nelle abitudini della gente e io stessa non ero più solo l’ennesima volontaria di passaggio, ma un membro attivo della comunità. Ogni mattina, mentre lavavo i piatti e i tegami sul terrazzo, c’era sempre un bimbetto o un vicino di casa che mi salutava con un Namaste chiedendomi “Ke Tcha?”(come va?) ed io con un sorriso rispondevo “Malai Tik cha” (tutto bene). Poi tornavo a strofinare le padelle di buona lena prima che la mia host-mum mi chiamasse per una tazza di tè nero e un piatto di Daal Bhat fumante. Mangiare riso tre volte al giorno, lavarsi con l’acqua fredda, sgranare pannocchie in salotto, avere l’elettricità razionata e canticchiare “Despasito” con i miei fratelli nepalesi diventavano momenti di vita quotidiana. Non ero più la ragazza strana che si chiamava “Sbaglio” secondo la lingua locale, ero una amica, una sorella, una nuova figlia. Mi sentivo a casa.

Una lacrima bagna piano il mio viso. Devo andare. Non riesco ancora a credere che 150 giorni siano giunti alla scadenza. Sento il vento tra i capelli e forte è il profumo dell’aglio che frigge in cucina. Porterò con me l’odore dolciastro del tè mischiato al Masala, allo zenzero, alla curcuma e al peperoncino. Porterò con me le fiamme crepitanti delle candele dei templi, il fumo dell’incenso, le ghirlande di fiori gialli, la polvere rossa di protezione. Porterò con me i viaggi in piedi sugli autobus affollati, navi pirata in un mare di fango, le lunghe camminate in cima alle colline di 2000 metri, i mercati colorati di Indra Chock, i sermoni dei Guru ed il mantra Buddhista On Mani Padme Hum, colonna sonora delle mie giornate. Porterò con me il caos ordinato della città, la tranquillità del villaggio alla sera, le danze del festival di Teej, i mandala colorati di Tihar. E poi i sorrisi della gente incontrata, i Namaste gentili, le risate con i volontari sotto la pioggia e anche un frammento di quel bastone di bamboo per raccogliere rifiuti che mi era stato regalato una sera di fine giugno da un francese di Lilla.

“Queste sono le regole, il tempo non può essere fermato. Ma ricorda Milena, noi siamo la tua famiglia” dice il mio host-father mentre si avvicina con la sua tazza di Nescafè bollente. Ha ragione, indietro non posso tornare, ma non sarà un addio e nulla verrà dimenticato. Sorrido. La Jeep di Akkal mi sta aspettando. E allora andiamo.

Namaste Nepal e grazie per tutto quello che è stato, per il buono e per il cattivo tempo, per le risate e per gli imprevisti. Tu, terra di contraddizioni e di antiche magie, hai reso possibile l’impensabile. Chissà forse un giorno tornerò ancora in questa valle degli Dei e delle alte montagne.
Per il momento continuerò a camminare sulle strade del mondo raccontando questa storia un po’ folle a chi avrà tempo di ascoltarla.

Milena Anzani

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